Risale al febbraio del 2010 la registrazione della Pizza Napoletana nell’elenco delle STG (Specialità Tradizionali Garantite) salvaguardate dall’Unione Europea, riconoscimento che ha fatto da prologo al prestigioso inserimento della stessa nella lista dei beni protetti dall’UNESCO in quanto Patrimonio immateriale dell’umanità.

Tra le molteplici varietà di pizza proposte e preparate in tutto il mondo, alcune delle qualità con ingredienti fortemente opinabili, non tutti sanno che sono solo due quelle a tutti gli effetti tutelate da questi organismi sovranazionali poichè strettamente legate alla tradizione culinaria napoletana: la “Pizza alla Marinara” e la “Margherita”, preparate in forno a legna alla temperatura di 485°C con tempo di cottura tra i 60 ed i 90 secondi.

Nello specifico per la “Pizza alla Marinara” viene indicato come anno di nascita il 1734, e presenta come ingredienti oltre all’impasto (farina di grano tenero, acqua, sale marino, lievito di birra) pomodoro pelato frantumato (70-100g, preferibilmente della tipologia “San Marzano”), olio (4-5g), sale, aglio (uno spicchio) e origano (un pizzico), prodotti facilmente trasportabili nei lunghi viaggi dai marinai, da cui il nome. Frequente è la variante che vede aggiungere le alici, comunque non annoverate sul sopracitato Regolamento UE 97/2010.

Successiva è la nascita della “Margherita”, risalente al periodo che va dal 1796 al 1810, che si differisce dalla precedente per la presenza di Mozzarella “Fior di lLatte” STG o di Mozzarella di Bufala Campana DOP (80-100g) e di basilico al posto di aglio e origano. Proprio la “Margherita” è indubbiamente la più famosa variante di pizza al mondo, simbolo di napoletanità e di italianità (per la cromia dei suoi condimenti che richiama il tricolore della bandiera), con una diffusa quanto errata leggenda che vede la sua denominazione collegata a Margherita di Savoia, Regina d’Italia, alla quale nel giugno 1989 il cuoco Raffaele Esposito avrebbe appositamente preparato una pietanza con gli ingredienti sopracitati dedicandole appunto il titolo.

In realtà è molto più probabile che il nome derivi dalla particolare disposizione degli ingredienti, già descritta dallo storico Francesco De Bourcard nel 1858 nell’opera “Usi e costumi di Napoli e contorni descritti e dipinti”, che richiamano la forma dell’omonimo fiore, senza dunque collegamenti ad una casa reale non propriamente amica del popolo napoletano, reduce dall’allora recente invasione sabauda.